Lost Paradise


La parola ambiente nella contingenza contemporanea è oramai sulla bocca di tutti e a portata di social. Ma quanto in realtà ci si preoccupi di come effettivamente stiano le cose è tutta un’altra storia. Dall’effetto serra alle deforestazioni sicuramente il nostro habitat naturale si è radicalmente modificato nel corso degli anni, portandoci all’avvento di disastri idrogeologici e ad una sorta di ribellione da parte della madre terra. Nei dipinti di Ersilia Sarrecchia avviene invece un’apparente riconciliazione tra mondo animale e mondo vegetale, come se l’uno e l’altro fossero immersi all’interno di un ipotetico Paradiso terrestre perduto, incontaminato da ogni sentimento negativo tipicamente umano. Protagonisti di una visione fiabesca e onirica, che si lascia alle spalle ogni bruttura dell’umanità, le sue creature lasciano spazio a sensazioni di tranquillità e pacatezza, come se avessero addomesticato la loro natura ferina, sebbene non manchino, tra le macchie pittoriche gestuali del paesaggio che si muove attorno turbinoso, note di selvaggia violenza, nei colori crudi e pastosi, nelle tracce rosse di sangue, nelle colature che aggrediscono la figura e nei tramonti infuocati. Come rimembranze che affiorano da un’età infantile, brani di ricordi di una edulcorata convivenza uomo-natura, i soggetti del suo particolare bestiario, cervi, lupi, avvoltoi, non sono mai ritratti in atteggiamento di attacco o di difesa, ma sempre in atteggiamento quasi umano e benevolo, mentre si rivolgono allo spettatore in attesa di una possibile rinascita. Un studio particolare che l’artista attua su alcune raffigurazioni è la dimostrazione del doppio, che da sempre indica ambiguità, ma nello stesso la ricerca di una specifica identità. Nelle visioni, il soggetto si sdoppia costruendo un viatico spazio-temporale, una prospettiva diversificata visibile da differenti punti di vista, che lascia una suggestione straniante in chi osserva. Anche nelle opere in cui i fiori prendono maggior spazio, sbocciando rigogliosi sul primo piano, la vegetazione sembra quasi pulsare di una vita segreta e nascosta che la rende parte di una continuità viva e creatrice. E se non è necessaria la presenza dell’uomo, in quanto gli esseri viventi bastano a loro stessi, l’umanità che traspare dalle posture animali è reale e amplificata dai colori accesi, che raggiungono talvolta delle note fluorescenti, delle pennellate che li vanno a connotare. Come se quel gesto istintivo compiuto dall’artista, a suggello di un rapporto emotivo, potesse dare loro una vera vita.

Francesca Baboni

 Not only a wild story


Ci hanno da sempre raccontato di essere animali umani progrediti. In realtà ogni giorno della nostra esistenza si dispiega e spegne nel confronto/battaglia con dei simili che ci sembrano come minimo degli alieni. Ecco quindi che tale racconto che ci accompagna nel nostro normale esistere deve essere come minimo rimodulato. Siamo un popolo di mentecatti che si suicidano l’uno con l’altro in nome di futili voglie, sempre insoddisfatti e perennemente alla ricerca di nuove vittime. Abbiamo relegato i bambini in un Eden dove a loro sarebbe permesso tutto, in nome di un seguito da grande regno dell’infelicità planetaria. Ecco che un tempo vissuto in modo intensamente empatico – quello dell’infanzia – viene sacrificato in nome di un sentire comune livellato verso il basso- quello adulto. Ersilia Sarrecchia nutre il proprio sentire rifacendosi a quel mondo ancora incontaminato dall’essere “ maturi “. Questo mondo non è però da considerarsi ingenuo, è infatti un riferimento ad un periodo esistenziale inevitabile. Il fatto che l’autrice poi si riferisca agli animali è un ulteriore tassello che parla a tutti noi. Infatti guarda a quel fascino che tutti abbiamo provato per il mondo animale, a quei fantastici volumi che ne decantavano le meraviglie o la pericolosità. In un modo squilibrato nell’immaginario, che pensa di vedere e avere visto tutto perché immortalato o condiviso nei vari dispositivi, Ersilia Sarrecchia ci pone un garbatissimo alt. Tale fermata ci può permettere un approccio congruente alla visione che si mostra in modo peculiare. Questa è infatti un’interpretazione che si aggancia ad un sentire che, nell’intimo, tutti abbiamo mantenuto perché ci hanno sempre insegnato che non sarebbe più tornato. Una società votata alla propria distruzione è la realtà che ci ha trasmesso tutto ciò. Una congiuntura che sa solo inventare storie che paiono nascondere continuamente un senso di presa in giro del prossimo e che coinvolge ormai vari campi del vivere. Quella di Ersilia Sarrecchia è una storia estetica e personale che cerca di essere il più attendibile possibile, pur essendo conscia che ormai la verità è, come minimo, un’altra versione della fantasia. In simili tempi, dove il caos è una delle uniche certezza, la sincerità è guardarsi dentro ed esemplificare qualcosa pregno di significazioni. In fondo, ascoltare il cuore, per chi lo sente ancora, è una questione di vita o di morte. E in queste opere dell’autrice di vita ne passa ancora tanta.

Stefano Taddei